L'omeopatia come primo scalino di un cammino comune - parte seconda -

 

§ 18.  Dalla verità inconfutabile che le malattie, al fine di far riconoscere il rimedio necessario, 

null’altro mettono in evidenza se non la totalità dei sintomi, 

deriva in modo assoluto che la totalità dei sintomi rilevabili in ogni malattia 

e le loro modalità costituiscono l’unica indicazione per la scelta del rimedio.

Samuel Hahnemann – Organon 

  

Quando scegliamo di curare l’animale che vive con noi con un rimedio omeopatico piuttosto che con un farmaco di sintesi dobbiamo essere consapevoli della differenza che esiste non solo riguardo all’approccio che le due medicine hanno nei confronti  del paziente, ma anche della diversa modalità di preparazione dei rimedi stessi.

Fu nel 1789 che Samuel Hahnemann, il medico tedesco fondatore dell’omeopatia, mentre stava traducendo un libro di W. Cullen, uno dei più eminenti medici di allora, ebbe la prima intuizione riguardo a quella  legge di similitudine che sarebbe poi diventata uno dei cardini sui quali fondare la futura dottrina [la parola omeopatia deriva dal greco homoios (simile) e pathos(sofferenza)].

Nel suo libro, Cullen, attribuiva alle proprietà amare e astringenti della  corteccia della china l’efficacia del trattamento contro la malaria. Hahnemann, che era anche esperto chimico e avido sperimentatore, non si accontentò di questa semplice spiegazione, in quanto era perfettamente a conoscenza dell’esistenza di molte altre sostanze più amare ed astringenti della china, le quali, invece, non sembravano aver alcun effetto nei confronti della malaria.

Decise così che l’unica cosa da fare, per capire profondamente l’efficacia di tale preparato, era quello di autosperimentarlo.

Ovviamente lui non soffriva di alcun sintomo tipico di quella malattia (febbre, tremori, sudorazioni, ecc.) e dunque non si aspettava che il rimedio lenisse le sue sofferenze; Hahnemann decise di prendere delle dosi crescenti di corteccia di china semplicemente perché era curioso di capire cosa ci potesse essere dentro quel rimedio vegetale di così potente da essere in grado di interagire con una malattia così importante come la malaria.

Il buon Samuel, fedele all’antica tradizione alchemica, decise di preparare, prima,  e sperimentare, poi, su di sé gli effetti di quel rimedio vegetale, e con grande stupore si accorse che quel rimedio, preso a dosi sempre crescenti, era in grado di far nascere dentro di sé, e dunque nell’uomo sano, gli stessi sintomi di quella malattia che intendeva sconfiggere.

Da quell’esperienza Hahnemann evinse la legge di similitudine, (simila similibus curentur) e cioè che se un rimedio, adeguatamente preparato e somministrato ad uno sperimentatore sano, è in grado di creare dei sintomi specifici, sarà anche in grado di debellare quegli stessi sintomi presenti nell’uomo malato.

Per fare un esempio, potremmo pensare alla legge di similitudine come ad una chiave e alla sua serratura. La serratura è rappresentata dall’insieme dei sintomi dei quali soffre il malato, la chiave è l’insieme dei sintomi che emergono nella sperimentazione sull’uomo sano.

Più simile sarà  la chiave alla serratura e più facilmente la porta si aprirà; più facilmente la porta si aprirà e  più profonda sarà la guarigione.

La medicina omeopatica nasce dunque dalla precisa volontà del suo fondatore di sperimentare su di sé (ma in definitiva potremmo semplicemente dire: sull’uomo sano che volontariamente collabora a tale ricerca) gli effetti dei vari rimedi. Questo tipo di approccio si basa sul semplice e banale  concetto che su questo pianeta l’organismo più complesso esistente è sicuramente l’essere umano, e poiché stiamo parlando di qualcosa che va ad interferire con i delicati meccanismi di tale organismo, non c’è niente di meglio che provare direttamente su tale essere quali possano essere le possibilità terapeutiche offerte dalla scoperta dei vari rimedi.

Cinquant’anni dopo la pubblicazione, da parte del dottor Hahnemann, del suo Organon, pietra angolare di tutta la dottrina omeopatica, il medico Robert Koch, con la scoperta del bacillo tubercolare, crea, all’opposto,  le basi per la ricerca scientifica basata sulla sperimentazione animale.

A differenza di Hahnemann, e anche di Bach, come vedremo in seguito, l’attenzione della maggioranza dei medici, dalla fine dell’800 ad oggi,  è sempre stata attirata dalla necessità di vedere fisicamente la causa materiale della malattia.

Fu proprio lui, il dottor  Koch, che decretò definitivamente, attraverso il suo famoso postulato, la necessità di riprodurre la malattia sugli animali per verificare in maniera oggettiva ed incontestabile il collegamento tra una determinata malattia e il suo agente patogeno.

Fu lui a dire: “Signori, per vedere se questa persona è affetta da tale malattia, dobbiamo per forza isolare l’agente responsabile ed inocularlo in alcuni animali per vedere se manifestano gli stessi sintomi. Poi, tali animali verranno ammazzati, sia per essere analizzati, sia per isolare l’agente responsabile.

Solo così, signori miei, saremo in grado di dire con fermezza: si! questo batterio è il responsabile di tale malattia.

Negli anni che seguirono la ricerca sui batteri aumentò a dismisura e aumentò in maniera considerevole anche il numero di animali sacrificati, loro malgrado, per tale scopo.

L’inevitabile passo successivo, man mano che aumentava la ricerca farmacologica e nuovi farmaci venivano scoperti, fu quella di utilizzare gli animali non solo per verificare il collegamento malattia-agente patogeno, ma anche per verificare il collegamento tra la malattia e il farmaco adatto per curare quei sintomi specifici.

In definitiva l’animale  veniva utilizzato (e ovviamente successivamente anche ammazzato) sia per fare una diagnosi certa sia per cercare il farmaco in grado di debellare la malattia appena diagnosticata.

Al giorno d’oggi la maggior parte delle associazioni per la ricerca medica finanziano esperimenti nei quali si usano gli animali. Tali esperimenti conducono spesso ad un vicolo cieco poiché sovente, l’induzione artificiale di una patologia su animali sani (perché così bisogna fare dato che gli animali non soffrono di tutte le nostre malattie!!) e la successiva estrapolazione  dei dati ottenuti, non garantisce una sufficiente garanzia di efficacia per le patologie che riguardano l’uomo.

Moltissimi, infatti, ogni anno, sono i farmaci che non riescono a  oltrepassare con successo  la differenza di specie (animale/uomo) e di conseguenza non possono essere utilizzati.

Questo accade perché le reazioni fisiologiche variano enormemente da specie a specie e le patologie indotte artificialmente differiscono notevolmente da quelle che si riscontrano naturalmente nell’uomo.

Attualmente più di un milione di animali muore ogni anno in Italia [1] per la ricerca scientifica; la maggior parte di loro sono allevati appositamente per la sperimentazione; oltre ai topi, i cani sono attualmente una delle specie più comunemente usate per tali sperimentazioni.

Così, da queste brevi riflessioni, posso dedurre che nel relazionarmi a livello terapeutico con il mio animale optare per una metodica piuttosto che un’altra non è solo e semplicemente questione di moda, di credo o di necessità.

Scegliere di curare il proprio animale con l’omeopatia piuttosto che con la medicina chimica significa scegliere una metodica terapeutica che non basa il proprio sviluppo e la propria crescita sulla morte sistematica di altre creature viventi.

Come posso vivere una certa parte della mia vita a stretto contatto con un essere che mi dona ogni giorno amore incondizionato e pensare che, qualora stia male, sono costretto ad  usare dei farmaci prodotti da ditte farmaceutiche che usano questo amore e questa fiducia che l’animale ha nei confronti dell’essere   umano, esclusivamente per i propri fini?

Come faccio a scindere, dentro di me, l’animale che vive con me da quei migliaia di animali (a volte esattamente identici al mio!) che muoiono sui freddi tavoli di acciaio dei laboratori di ricerca?

Forse penso che il mio animale sia semplicemente più importante? Penso che dato che vive con me, e per questo, proprio per me, rappresenta una parte importante della mia esistenza e che dunque 

per lui farei qualunque cosa? Forse sono disposto a chiudere tutti e due gli occhi per amore nei suoi confronti?

Personalmente penso che una parte dell’umanità, e ritengo tale rivista un portavoce di tale  parte, sia pronta ad affrontare nuove sfide interiori; sfide che comprendano, nel senso di prendere con sé e dunque anche accompagnare e sostenere, anche una parte dei regni di Natura.

In tal senso è richiesta, da parte della persona che vive con un animale, lo sviluppo di un amore che non sia solo di natura egoistica; che non sia esclusivo dell’animale che vive con sé ma che possa essere libero di spaziare e di abbracciare l’intera esperienza che il regno animale fa su questo pianeta.

Un amore che sia foriero di libertà; libertà  che si può, come primo scalino di un comune cammino interiore, massimamente estrinsecare proprio a partire dalla libertà di una scelta terapeutica che rispetti il regno animale nella sua globalità.

 

2°parte lumen maggio 2006 

 

 

 [1] Fonte: www.RicercaSenzaAnimali.org