L'omeopatia come primo scalino di un cammino comune - parte prima -

 

§ 1: Scopo principale ed unico del medico è di rendere sani i malati.

        Samuel Hahnemann – Organon

 

 

La principale domanda alla quale tenterò di rispondere in questo articolo è la seguente: qual è la differenza che esiste nello scegliere di curare il mio animale con un antibiotico oppure  con un rimedio omeopatico?

Ovvero: cosa cambia dentro di me e nell’organismo  dell’animale che vive con me, se decido di seguire una terapia omeopatica al posto del solito approccio sintomatico?

Ho detto, e sottolineo, ”dentro di me” perché il fatto di scegliere l’omeopatia piuttosto che la medicina classica per curare il mio animale, non è un fatto che riguarda solo lui.

Percepire l’organismo animale (ma questo vale anche per l’organismo umano) come una macchina che periodicamente si guasta e che quindi devo costantemente revisionare ed alla quale, eventualmente, devo sostituire i vari pezzi che di volta in volta si guastano oppure  sviluppare una visione d’insieme che tiene conto di un intelligenza superiore in grado di autoregolarsi, significa necessariamente cambiare modo di percepire l’animale che vive al mio fianco.

L’approccio sintomatico, tipico della mentalità scientifica, incentra i suoi sforzi terapeutici nell’eliminazione sistematica di tutti i sintomi.

Edward Bach nei sui scritti, e siamo intorno agli anni trenta(!), con queste parole descrive l’approccio materialistico della scienza medica: “La situazione è simile a quella di un nemico il quale, saldamente arroccato sopra un colle, intraprende un’incessante azione di guerriglia nella pianura circostante, mentre la gente, ignara del presidio, si limita a riparare le abitazioni danneggiate e a seppellire i morti, conseguenze delle scorribande dei predoni. Questa è, in linea generale, la situazione in cui si trova oggi la medicina; nulla di più che un rattoppare  coloro che sono stati colpiti o seppellire coloro che sono morti, senza minimamente pensare alla roccaforte, cioè al luogo in cui sta asserragliato il nemico.

Il nocciolo della questione sembra dunque riguardare proprio il punto verso il quale noi focalizziamo i nostri intenti terapeutici, perché un conto è concentrarsi sulla pianura circostante e spendere energia per ricostruire i danni subiti, un altro è rivolgere la nostra attenzione sulla roccaforte e attaccare direttamente i predoni.

Con questo semplice esempio il dottor Bach ci vuole dire: “Guardate che non esiste solo ed semplicemente la periferia; non va bene solamente ed unicamente concentrarsi su di essa, perché essa, per definizione, è periferica rispetto all’origine del problema.”

Ma cosa intendiamo per periferia? E’ dov’è il centro di cui parla Bach? E soprattutto: come posso percepire questi due punti nell’animale che vive con me?

A tutti coloro che vivono con un animale sarà capitato, prima  o poi, di confrontarsi con quei sintomi, che in gergo omeopatico, vengono definiti esonerazioni.

Le esonerazioni sono una modalità che l’organismo mette in atto, spontaneamente,  per ripristinare l’equilibro alterato.

Le principali esonerazioni sono: vomito, diarrea, forfora e  tutti i tipi di muco.

La dermatite, la classica reazione cutanea, che la scienza medica definisce con il termine dermatite, anch’essa appartiene alla categorie delle esonerazioni.

Tutto quello che l’organismo “butta fuori” appartiene alla periferia; l’organismo utilizza la periferia per eliminare i morti e i feriti della battaglia che autonomamente sta facendo per ripristinare il suo equilibrio. In tal senso anche la febbre è considerata una reazione positiva.

In caso di necessità, per intenderci, quando il nostro animale si ammala, la periferia viene sollecitata a lavorare per permettere al centro di ritrovare il suo nuovo equilibrio.

Da sola, senza che nessuno le spieghi cosa e come dovrebbe fare, la periferia si assume l’incarico  di eliminare le scorie, le “tossine”, che altrimenti sarebbero d’impaccio nel gestire la battaglia.

La periferia si attiva dunque attraverso quegli atteggiamenti che il modello scientifico chiama sintomi. La diarrea, di fatto è un sintomo, il vomito pure e come tale, seguendo l’approccio della medicina classica, dovrebbero essere eliminati al più presto possibile.

Ma è giusto concentrarsi solo sulla periferia? E’ giusto eliminare costantemente i sintomi periferici trascurando completamente il fatto che esiste un centro? Non sarebbe meglio prendere coscienza di questo centro e operare terapeuticamente proprio partendo da esso?

La differenza tra   la medicina classica e  l’omeopatia consiste dunque anche nella differenza di attenzione che si  pone nei confronti del centro e della periferia.

La prima si occupa solo della periferia la seconda, l’omeopatia, quasi esclusivamente del centro.

La prima non riconosce l’esistenza di un centro, la seconda, invece, tenta in tutti i modi di  valorizzarlo e considera la periferia esattamente per quello che è: cioè una periferia.

L’approccio scientifico ha messo così tanto l’accento sulla periferia  in questi ultimi anni, che ha creato dei terapeuti in grado di percepire solo esclusivamente una parte della periferia: il dermatologo, che si occupa dei problemi di pelle, il gastroenterologo, che si occupa dell’intestino, l’otorinolaringoiatra, che si occupa delle prime vie respiratorie, ecc., ci danno la conferma che la scienza medica è molto lontana dalla percezione di un centro.

In tal senso, poiché di percezione interiore si tratta, il paziente (animale o umano) non viene più visto come un individuo, cioè come un soggetto all’interno del quale è presente un livello di intelligenza in grado di autoregolare le proprie funzioni,  ma piuttosto come un insieme di organi, ognuno dei quali ha bisogno del suo specialista per funzionare correttamente.

Nella mia più che decennale esperienza di omeopata posso affermare, senza paura di essere smentito, che l’approccio scientifico, nella maggior parte dei casi, non viene capito né dalla periferia né tantomeno dal centro.

Loro, il centro e la periferia,  si aspettano da noi (terapisti e persone responsabili della salute animale) almeno che siamo consapevoli della loro esistenza.

Si aspettano che quando ci troviamo di fronte ad una periferia che incomincia a lavorare non prendiamo paura e non tentiamo in tutti i modi di bloccare il suo lavoro; che sviluppiamo una sana ed equilibrata osservazione; che “sentiamo” il senso di quello che sta accadendo alla periferia; e che, infine, indirizziamo tutti i nostri sforzi terapeutici per riequilibrare l’organismo partendo proprio da quel centro dal quale l’approccio scientifico ci ha così tanto allontanato.

Ovviamente, nel concreto, tutti questi sforzi interiori che facciamo per sviluppare una percezione che partendo dalla periferia comprenda anche l’idea del centro, hanno lo scopo di far star meglio l’animale che vive con me; questo accade  proprio  perché l’organismo animale (e questo vale ovviamente anche per l’organismo umano) avendo la possibilità di utilizzare la periferia per eliminare le scorie in eccesso, invece di trattenerle nel suo interno, a lungo andare riuscirà a vivere una vita molto più sana e libera dagli impedimenti di quei  sintomi cronici, dovuti proprio al fatto di trattenere quello che dovrebbe uscire.

L’approccio omeopatico non è, ovviamente, solo una approccio filosofico, quanto piuttosto una  pratica medica  fondata su una percezione interiore che comprenda sia il centro che la periferia.

L’animale viene visto nella sua interezza, non soltanto fisica, ma anche emozionale.

Usare l’omeopatia per curare il nostro compagno a quattro zampe ci offre la possibilità di ampliare la percezione che abbiamo del suo organismo  considerandolo portatore di una intelligenza, che l’omeopatia definisce forza vitale, in grado di reagire saggiamente alle sollecitazioni che l’evento morboso crea.

L’omeopatia non solo riconosce questa intelligenza della natura, ma come scopo terapeutico principale la onora e la asseconda affinché l’organismo animale ne tragga beneficio non solo immediato ma anche a lungo termine.

Di tutti questi argomenti, all’università, non ne ho mai sentito parlare.