L'anima degli anima-li parte terza

 

Nel lungo percorso evolutivo della Terra, l’anima degli animali ha necessariamente dovuto  interagire con il piano dell’esistenza dell’umanità; e d’altronde non poteva davvero fare diversamente dato che ogni livello di coscienza anela a sperimentare quello che le sta immediatamente sopra

E con questo non voglio  riferirmi ad un concetto spaziale o peggio ancora a concetti di superiorità o inferiorità, quanto piuttosto a possibilità di esperienze diverse, in definitiva più articolate e complesse rispetto alla mera sottomissione agli istinti di Natura.

In questo senso, al di sopra dell’esperienza che l’anima animale sperimenta su questo pianeta, c’è inevitabilmente l’uomo.

L’uomo, per l’anima animale, rappresenta il suo punto di riferimento.

E non è davvero difficile capire questo concetto se profondamente soffermo il mio sguardo ad osservare  gli occhi di quell’anima-animale che, dal basso verso l’alto, mi guarda, più e più volte al giorno, per chiedermi qualcosa che lui da solo non potrebbe mai fare: aprire una scatoletta, tirare fuori dal frigo la sua pappa, prepararla, aprire la porta che conduce in giardino, essere spazzolato, ecc.

Io, come Uomo, sono realmente il suo punto di riferimento, perché il rapporto che abbiamo instaurato è basato sul fatto che lui delega a me ogni specifico momento della sua esistenza, dal cibo, alla riproduzione, allo svago e al gioco.

Lui affida a me la sua vita; l’intera sua esistenza.

Egli è un’anima animale che desidera, come scelta di vita, passare più tempo che può in mia presenza.

Un giorno, un signore di mezza età, mi portò in ambulatorio quattro gattini.

“Sua mamma è morta sotto una macchina quando erano ancora molto piccoli – mi disse – io e mia moglie li abbiamo tirati su con il biberon; poi li abbiamo svezzati, abbiamo costruito delle casette di legno in giardino e  abbiamo dato loro la possibilità di scegliere dove vivere.

Uno è entrato  subito in casa, il più docile; due  vanno e vengono, nel senso che riesco a toccarli e ad accarezzarli, uno un po’ di più, a dire il vero,  mentre l’altro è un po’ più schivo; il quarto  invece non si fa nemmeno avvicinare, mangia rapidamente e rapidamente torna in bosco.

Stia attento al quarto –aggiunse, indicando con la mano un paio di occhi giallo – arancio che osservavano con attenzione l’ambiente circostante da dietro le sbarre del trasportino – quello lì è il più selvatico.”

Aprii delicatamente la gabbia, infilai la mano dentro ed estrassi delicatamente il primo dei quattro  fratelli. Partì subito con le fuse; non era per niente preoccupato né dell’ambiente né di quelle mani sconosciute che lo frugavano in cerca di una qualche imperfezione.

“E’ sano – dissi – e anche molto affettuoso”.

Il signore annuì.

Per tiare fuori dalla gabbia il secondo gattino ebbi qualche difficoltà; approfittai del suo panico per visitarlo meglio che potevo nel minor tempo possibile. Lo stesso feci per il terzo.

Il quarto gattino lo visitai solo da oltre le sbarre.

Quattro fratelli; quattro  diverse esperienze che l’anima animale fa attraverso di loro: un’esperienza selvatica, un’esperienza di passaggio, più o meno intensa  e una di vicinanza all’uomo.

Senza che nessuno obblighi nessuno a scegliere suo malgrado.

Ma cos’ha dunque  da imparare dalla mia vita un’anima animale  al punto di scegliere di starmi così vicino? Quale esperienza, così profondamente diversa dal mondo selvatico, si cela dietro il rapporto con l’umano?

Abbiamo visto nel precedente articolo, che l’anima animale allo stato selvatico sperimenta se stessa attraverso un tipo di esperienza che trova il suo senso di esistere all’interno di rigidi schemi biologici: il rapporto predato-predatore e il numero di animali presenti in  un territorio e le migrazioni di cui abbiamo accennato, sono due aspetti di questi schemi, i quali non permettono all’anima animale alcuna possibilità di movimento autonomo nel loro interno.

L’evoluzione, la crescita interiore, si sa, è fatta di esperienze, perché è proprio nella diversificazione dell’esperienze che si può acquisire un certo grado di conoscenza.

L’anima animale, quella parte del piano della Vita che si identifica con tale essenza, decise allora che se voleva sviluppare nel suo interno un diverso grado di coscienza, avrebbe necessariamente dovuto aprire delle “porte” verso quei livelli di coscienza che erano in grado di poterle fornire l’esperienza di cui necessitava per la sua evoluzione.

Nello specifico, quei livelli di coscienza che anelava affiancare per poter crescere, erano rappresentati, ovviamente,  dall’Uomo, in quanto, per complessità e completezza, rappresentava il suo punto di riferimento.

Allo stesso modo del regno vegetale dove i fiori, strutture complesse e articolate, punta di diamante dell’intera evoluzione del regno vegetale, rappresentano il punto di contatto con gli insetti, la porta d’accesso all’esperienza interiore del regno animale.

Quella porta dunque, migliaia di anni fa, si dischiuse leggermente per permettere ad alcuni animali, sono alcuni in verità,  in quanto per l’anima animale rimaneva comunque essenziale il ruolo svolto all’interno dell’anima della Terra, di sperimentare la complessità dell’interiorità umana.

Attraverso questa porta fluì una parte delle anime animali, di quelle anime che passarono dalla foresta (dalla silva) alla casa (alla domus), anime animali le quali lasciavano l’esperienza selvatica, rigidamente organizzata dall’alto, per sperimentare una dimensione domestica organizzata secondo principi umani.

E in tale percorso, inevitabilmente, le anime animali dovettero lasciare indietro i dettami dell’anima di gruppo per sperimentare un cammino, per cosi dire, individuale.

“Come si chiamano?” chiesi al signore di mezza età che mi aveva portato a visitare i quattro fratellini.

“Faruk, il più docile, Mohamed e Abdul quelli di mezzo e Mustafà quello selvatico.

Sa dottore,  – si giustificò l’uomo – sono arrivati qui senza che noi lo volessimo, come gli extracomunitari; che possiamo fà? Gli ospitiamo e gli diamo da mangiare; penseranno poi loro a trovare il senso di questa esperienza.”

Dare un nome ad un animale sigilla il percorso di individualizzazione che l’anima sta compiendo all’interno del grande processo evolutivo.

La individualizza, perché Faruk è diverso da Mohamed, al contrario di un branco di gnu, il quale, a parte le dinamiche emozionali legate al dominio territoriale e dunque al mero istinto di propagazione della specie, si identifica nella medesima esperienza terrena.

Dare un nome aiuta l’anima animale a sentirsi diversa dal gruppo.

L’aiuta a sentirsi un anima parzialmente individualizzata.

 

Lumen Dicembre 2005.