L'anima degli anima-li parte seconda

 

L’anima dell’animale vive dell’esperienze che la vita terrena gli porta innanzi; essa fa tesoro di tali esperienze per far evolvere se stessa e tutti gli altri animali, poiché, possiamo dire senza paura di essere smentiti, che tutti gli animali sono profondamente collegati gli uni agli altri.

L’anima animale ha dunque la possibilità di sperimentare una gamma diversissima di esperienze interiori, perché  diversissime sono le forme fisiche entro le quali ha l’opportunità di vivere.

Pensiamo ad esempio all’enorme differenza che esiste tra un gatto abituato a vivere sul divano di casa  e un leone africano che sperimenta la sua esistenza nella savana; pensiamo alla diversità del contenuto esperienziale che queste due anime sperimentano durante la loro esistenza.

Se da una parte il leone della savana è completamente legato ad determinismi della Natura (cicli riproduttivi, approvvigionamento di cibo e gerarchia all’interno del branco) dall’altra, il gatto domestico, attraverso l’interazione con l’uomo, riesce ad emanciparsi da tali necessità e ad elaborare una sua esperienza, per così dire, molto più individuale.

E’ come se l’anima  che vive nel corpo fisico del leone fosse guidata e indirizzata dall’alto verso determinati comportamenti che trovano il loro senso di esistere all’interno di un ecosistema molto più ampio. La “missione”  del leone, il senso dell’esperienza di quest’anima, si manifesta specificatamente nel suo ruolo di predatore e controllore che regolamenta  il  giusto numero di erbivori presenti all’interno di una determinata zona. 

Gli immutabili cicli della savana hanno bisogno del ruolo che quest’anima svolge grazie alle fattezze fisiche del leone proprio per rimanere tali, perché all’interno di questa immutabilità è nascosto il segreto di un profondo equilibrio dell’intero ecosistema.

E che dire delle anime che vivono l’esperienza fisica degli  gnu i quali, nella stessa savana, passano la loro vita a scappare proprio da quelle anime così affini ai nostri gatti domestici?

E ancora: chi è che decide di far partire le migliaia di anime degli  gnu lungo le rotte di migrazioni millenarie?

E molto probabilmente  nascerà in me la stessa domanda guardando, sopra la mia testa,  un gruppo  di storni, i quali a migliaia, senza toccarsi, volteggiano  nello spazio aereo della mia città, formando disegni e forme di inimmaginabile bellezza.

E se da una parte può  sorgere automaticamente  in me il pensiero che il loro comportamento è dettato dalla presenza di un qualche rapace nascosto, come tante volte ho sentito dire nei documentari televisivi, dall’altra parte mi è concesso pensare che dietro tale movimento, nascosto in tali forme aeree, ci sia un qualche significato che a prima vista mi è del tutto sconosciuto.

Esiste, dunque una netta differenza di esperienza terrena tra l’anima di un animale selvatico e quella di un animale  domestico, e tale differenza consiste proprio nell’emancipazione che quest’ultimo fa, in virtù dello stretto contatto con l’umano, nei confronti della sua anima di gruppo.

Ed è proprio osservando i grandi gruppi di animali, i banchi di sardine, le migrazioni di migliaia di animali, i   greggi di pecore, i formicai, gli  alveari ecc. che noi possiamo far crescere dentro di noi il concetto di anima di gruppo, di un qualcosa, un essenza superiore, che è in grado di regolare l’esistenza di tutti questi animali.

L’immagine che deve nascere in noi, osservando i movimenti di tali assembramenti di anime animali dovrebbe essere quella di percepire  un unico organismo; come se i singoli animali non siano altro che cellule dello stesso organismo, e che lo scopo principale di tale organismo sia la propria sopravvivenza, a scapito, anche,  della sopravvivenza del singolo.

Un organismo formato da migliaia di individui che sperimenta se stesso attraverso l’esperienza interiore non tanto del singolo individuo quanto piuttosto dall’insieme dell’esperienza di ogni singolo individuo.

Ne più ne meno come il nostro corpo, il quale  elimina costantemente un certo numero di  cellule morte (attraverso la desquamazione cutanea, i capelli, le unghie, ecc.) e altrettante cellule si rigenerano ogni giorno, in un continuo equilibro che varia col variare dell’età.

L’organismo gnu che peregrina per le pianure del Serengeti, lascerà sul terreno migliaia di cellule morte, ma alla fine l’intero organismo sarà riuscito a percorrere quel determinato tratto di strada che era destinato a percorrere, al fine di mantenere il proprio equilibrio interno e nello stesso tempo con la complessità dell’ambiente esterno.

E come nel nostro corpo esiste un intelligenza superiore che costantemente regola l’organizzazione e la funzione dei vari organi, così per questi animali esiste un livello di coscienza superiore che  regola la loro esistenza a prescindere dalla sopravvivenza o meno dei  singoli individui.

Tale coscienza superiore viene per l’appunto comunemente chiamata: anima di gruppo.

L’anima di gruppo è dunque un livello di esperienza che l’anima animale fa sul piano fisico, ma che non riguarda specificatamente il singolo individuo, ma un numero molto maggiore di animali.

Essa è per definizione un anima, e dunque un’essenza che vive nel sentire; non a caso gli animali sentono che è giunto il tempo di emigrare, sentono che la rotta giusta è in una direzione piuttosto che in un’altra; sentono che è giusto raggiungere quel posto piuttosto che quell’altro.

Ma tale sentire non è un sentire autonomo, non riguarda specificatamente il singolo individuo, quanto piuttosto un sentire collettivo.

E’ l’anima di gruppo che sente e che comunica al corpo fisico di tutti gli gnu quando partire e dove andare.

Essa è dunque qualcosa di non tangibile fisicamente, ma facilmente afferrabile attraverso l’osservazione e il pensiero. L’anima di gruppo non appartiene di fatto al mondo fisico, anche se solo nell’esperienza fisica riesce a fare la sua esperienza e ad evolvere.

E’ il piano della Vita che si esprime attraverso queste anime di gruppo, ed è attraverso l’esperienza fisica che tali anime di gruppo sperimentano nei corpi degli  gnu, dei leoni, delle formiche e delle sardine che l’intero piano divino ha la possibilità di evolvere.

I singoli animali selvatici sono per così dire guidati dall’alto, non hanno la possibilità di scegliere perché appartengono alla saggezza divina che regola l’intero pianeta, e come tale la scelta verso una determinata specializzazione biologica ( come le formiche e il formichiere o in generale i ruoli di prede e predatori) viene definito dall’alto, allo scopo di mantenere  più intatto ed in equilibrio l’organismo Terra.

All’interno di questa dimensione spirituale fatta di anime di gruppo, spiriti guida e animali di potere ha vissuto per millenni l’uomo di ogni  civiltà indigena il quale, per lungo tempo,  ha avuto  la possibilità di sperimentare un tipo di  rapporto con il regno animale basato sul riconoscimento  e il rispetto verso tale manifestazione del piano della Vita.

Nell’epoca attuale tale collegamento con il piano divino è andato completamente perduto; il collegamento è andato perduto, non i due protagonisti, l’uomo e l’animale. Loro nel frattempo sono cambiati, si sono modificati; in breve sono evoluti. Hanno seguito delle strade, in un certo senso parallele, che conducono il piano della Vita a sperimentare nuovi livelli di coscienza.

Ora, penso sia proprio questo collegamento che bisogna ripristinare, e veramente sono convinto che tale forma di guarigione non possa che partire  dall’uomo.

Se l’uomo si sforzerà di percepire la dimensione spirituale del regno animale, se cercherà, consapevolmente,  di accogliere nella sua interiorità l’intero mondo animale, o almeno una scintilla di esso, il cane o il gatto che vive al suo fianco potrebbe già essere un buon inizio, ben presto si accorgerà che la via che conduce al regno animale non è nient’altro che un’altra via che conduce all’uomo stesso; ne più ne meno di come diceva Castaneda: :”Per me esiste solo il camminare lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questi io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando senza fiato”

 

Lumen di novembre 2005.