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Aiuto il mio cane distrugge la casa quando è solo

La ferita d’abbandono: Aiuto, il mio cane distrugge la casa! Non posso lasciarlo solo!

Questa prima storia, in forma di racconto, è stata pubblicata anche sul libro: Amare gli animali conoscere se stessi, edizioni Scuola di Dinamica Emozionale Uomo-Animale Uomo.

"Allora, mi dica signora, qual'è il problema di Poldo?".
Poldo era un cane di piccola taglia; un meticcio. Sicuramente nelle sue vene scorreva il sangue di un  terrier, mescolato a quello, forse, di un segugio. Occhi vispi, orecchie attente, vibrante concentrazione polarizzata sulla punta del naso.
Era piuttosto magro, tirato, direi.
La donna che sedeva di fronte a me era altrettanto magra e “tirata”.
La donna venne in ambulatorio portando, inaspettatamente,  Poldo dentro il trasportino.
“Lo può far uscire…”  le dissi  mimando con un rapido gesto della mano l’apertura della gabbietta.
La donna con un fare scattante si girò su se stessa, si chinò e con un altrettanto rapido gesto diede la libertà al suo Poldo.
Il cane incominciò subito a girare per l’ambulatorio.
Poldo aveva già fatto delle sedute di educazione cinofila con Rossella. (Rossella Reggiani, educatrice cinofila che abitualmente collabora con me)
Aveva fatto passi da gigante; loro, la donna e Poldo insieme, avevano fatto passi da gigante, ma il percorso si era arenato su una questione alquanto importante.
"Quando lo lascio solo a casa fa dei disastri” esordì la donna.
“In che senso “fa dei disastri”, fa pipì in giro?”.
"No, morde e rosicchia tutto quello che gli capita sotto tiro; una volta sono tornata a casa e ho trovato che mi aveva fatto fuori due paia di scarpe; un’altra volta mi ha distrutto i cuscini del divano; poi le gambe del tavolo; non c’è giorno che non combini qualche guaio”.
Ascoltavo con molto interesse.
“Sa la cosa incredibile?..., disse la donna,  …è che io vivo con altri tre cani, tutti presi al canile che erano già adulti; capisce? Li ho presi dal canile! Mi sarei aspettata che fossero stati  loro a soffrire di abbandono e non Poldo che è l’unico che ho preso da cucciolo!”.
Anch’io rimasi stupito da questa apparente incongruenza: Poldo che non era mai stato abbandonato era l’unico componente della “famiglia” che soffriva di abbandono….
L’unico?
“Senta…, dissi cercando di ponderare bene le parole, volevo chiederle… secondo lei…che tipo di emozione sta vivendo in quel momento Poldo; cosa prova?”.
La donna alzò lo sguardo verso il cielo alla ricerca dell’immagine di Poldo da solo, a casa: "Io penso che sia paura... paura di rimanere solo” rispose forse un po’ troppo frettolosamente la donna.
"Paura, dice... paura… secondo lei è per paura che combina tutti quei danni? Io vedrei  la paura come una chiusura piuttosto che come una esternazione verso l'esterno; si, indubbiamente certi cani, per paura, possono dimostrare una certa aggressività, ma in questo caso c'è sempre un punto preciso verso il quale indirizzare la loro aggressività, qualche persona, qualche avversario, qualcosa che li minaccia; qui mi pare che il bersaglio sia alquanto vario.
Com’è Poldo nella sua vita quotidiana? Ha mai dimostrato aggressività per paura?”.
“Sa che adesso che mi ci fa pensare… è vero… non c'è nessuno, né uomo né animale verso il quale Poldo dimostri aggressività per paura; quando lui ha paura tende a nascondersi, a cercare qualcuno o qualcosa che gli dia sicurezza".
"Allora è d'accordo con me nell’affermare che la paura è più una chiusura in se stessi, mitigata eventualmente da una ricerca di qualcuno o qualcosa che lo possa proteggere, che possa in qualche modo compensare questa sua intensa emozione?”.
"Si, si, mi rispose la donna, Poldo, quando ha paura o si nasconde o mi viene a cercare".
"Bene… allora quando distrugge degli oggetti possiamo, secondo lei, parlare di paura?”.
"No… direi di no... non parlerei proprio di paura".
"Allora come possiamo definire questa sua sensazione interiore?”.
"Ma Poldo non è aggressivo!" ribatté prontamente la donna come per proteggere il suo fedele compagno di vita dall’ignominia di una simile etichetta.
"Ma io non ho detto questo, precisai; lo vedo anch'io che non lo è. Comunque, anche se lo fosse, non ci sarebbe nulla di male ad esserlo, nel senso che dare un nome e cognome al movimento interiore che vive l'animale rappresenta nient’altro che il punto di partenza del percorso terapeutico nei suoi confronti” aggiunsi indicando, con un leggero movimento del mento,  il cane che continuava ad esplorare il territorio.
“Se non riusciamo a definire quello che prova, se non riusciamo a scendere nella  profondità del suo mondo interiore, magari confondendo pure  le emozioni che prova e chiamando “paura” quello che paura non è, come facciamo ad aiutarlo?".
Con un leggero sorriso e un grande punto di domanda stampato sul mio volto guardai fisso la donna negli occhi.
La donna si rese conto di essere andata, in maniera automatica,  in difesa di Poldo.
"Non sto dando un giudizio morale su Poldo, sto solo cercando di osservare quello che è presente dentro di lui.
E chi meglio di lei può aiutarmi a capire il suo mondo interiore?” dissi indicando Poldo.
La donna capii che non mi interessava per nulla etichettare il suo cane; capii che ero sincero quando chiedevo il suo aiuto e che solo grazie a lei avremmo potuto “salvare” il suo Poldo.
Passò qualche minuto nel silenzio più assoluto.
Quando la vidi un po’ più rilassata ripresi  il filo del discorso.
"Allora... abbiamo visto che non è paura l'emozione che vive Poldo; è d’accordo su questo?”.
La donna annuì.
“... e se non è paura… allora  come la potremmo definire questa emozione?".
"Aggressività?!" rispose titubante e con un filo di voce la donna.
“Mh… non proprio… l'aggressività non è proprio un emozione; l'aggressività è piuttosto  l'azione che si rivolge verso l’esterno. Si ricorda che prima le ho fatto notare che si può essere aggressivi anche per paura? L'aggressività riguarda ciò che porto fuori; prima di fare questa azione, a monte, c'è un emozione che guida i miei gesti.
Che nome possiamo dare allora, secondo lei,  a questa emozione?” ripetei.
La donna fu colta da improvvisa commozione; non so se in quel momento riconobbe per la prima volta che lei e il cane potevano sperimentare le stesse emozioni o se fu quella domanda a toccarle certe corde, fattostà che con gli occhi un pò lucidi, ma con fare deciso e convinto, mi disse: "rabbia!... questa emozione si chiama  rabbia!... la conosco bene perchè né ho da vendere".
In quel momento Poldo entrò  spontaneamente nel trasportino.
La donna con un rapido gesto chiuse le piccole maniglie di plastica che servivano a bloccarne la porta.
Poldo si mise subito tranquillo.
Guardai ancora una volta la donna negli occhi.
“Ha capito?” le chiesi.
“Si, mi rispose abbassando lo sguardo, Poldo non ha paura… è arrabbiato. Come me!”.
Feci un cenno con la testa in segno di approvazione.
“Si sieda” dissi indicando alla donna la sedia di fronte a me.
La donna si accomodò.
Ci fu una lunga pausa; la donna pensava che la visita fosse già finita ma in realtà era appena cominciata; avevamo, fino a quel momento, semplicemente solo dato un nome alla “malattia” di Poldo.
“Bene…” le dissi “…e quindi?”.
“Eh… non è facile… “ disse cercando di prendere in qualche modo  tempo “…della rabbia, intende?”.
“Si”. Non volevo, né potevo, in nome  di Poldo, concederle alcuna via di fuga.
Per aiutarla aggiunsi: “guardi… le faccio vedere l’immagine che Poldo ci comunica”.
Con la mano destra, tenuta all’altezza degli occhi della donna cercai di fargli vedere quello che Poldo provava: “Immaginiamo che questo sia Poldo e che questa vibrazione della mano sia la sua rabbia”.
Feci vibrare la mano.
Poi mi fermai.
“Questa mano non vibra sempre ma solo in determinate situazioni e cioè, mimai con l’indice della mano sinistra, quando il suo punto di riferimento, che sarebbe lei,  si allontana.
Allontanai l’indice della  mano sinistra e feci, contemporaneamente, vibrare la mano destra; poi riavvicinai l’indice della mano sinistra alla mano destra e  fermai la vibrazione della mano destra.
Ripetei questo movimento un paio di volte.
“Vede, Poldo manifesta una certa rabbia solo quando il suo punto di riferimento si allontana”.
La donna guardava attentamente il mio “mettere in scena” la dinamica emozionale di Poldo.
“E’ d’accordo?”.
“Si… è proprio così” mi confermò la donna.
“Bene, ora cerchiamo di fare il passaggio successivo…
Questa immagine, Poldo, non se le è inventata così di sana pianta, ma la “tirata fuori” da un vissuto che le appartiene.
Da qualche parte, li dentro, dissi indicando la figura della donna, c’è un immagine che corrisponde esattamente a quello che Poldo ci fa vedere.
Ecco allora la domanda: in che momento lei ha provato una forte rabbia quando il suo punto di riferimento se ne andato via?”.
La prima reazione della donna fu un semplice e lungo sospiro.
Poi, poco a poco, le immagini della sua infanzia iniziarono a riempire gli spazi vuoti della stanza.
Lei piccolina, intorno ai quattro anni,  che pensa che suo padre l’abbia abbandonata; in realtà suo padre è morto, ma sua mamma le ha raccontato che è andato via; solo dopo molti anni verrà a sapere la verità.
Sua madre che non si riprende da questa perdita e lei che deve prendere in mano le redini della casa assumendosi il ruolo di padre, marito e governante.
Per questi ruoli che lei aveva dovuto assumersi, provava una rabbia fortissima nei confronti della madre.
Abbandono… era come se questa parola avesse brillato di luce propria, all’interno del fluire del racconto.
Emergeva, rispetto alle altre, come di un gradino.
Abbandono…
“Mi dica, di cosa stiamo parlando?... perché è venuta qui da me?”.
“Per risolvere un problema comportamentale del mio cane!”.
“… e che problema è?”.
“Che quando lo lascio solo a casa distrugge tutto”.
“Cioè, mi permisi di correggerla, ogni volta che si sente abbandonato gli “monta su” una rabbia che, una volta che questa emozione esce, Poldo distrugge tutto”.
“Si…è così” mi confermò la donna.
Poldo dormiva tranquillamente nel suo trasportino quando la donna aprì, per la prima volta gli occhi sul collegamento emozionale tra lei e il suo beniamino.
Vide chiaramente che Poldo stava mettendo in scena qualcosa che non lo riguardava direttamente.
Qualcosa che apparteneva invece alla sua vita; un pezzo della sua vita, un immagine di quand’era piccola.
In un attimo, i frammenti di quel film che aveva cercato in tutti i modi di sotterrare, attraverso quello strano modo di comportarsi di Poldo, emersero con grande forza.
La donna fu palesemente spaesata e sconvolta  da quello che aveva visto.
E d’altra parte rendersi conto che un animale possa manifestare un atteggiamento interiore che era l’esatta immagine di un proprio vissuto, con tutto quel che ne poteva comportare, era per lei, non però per me, davvero una novità.
Non solo una novità… qualcosa che bisognava anche essere in grado di “reggere”.
Come responsabilità, intendo.
Vidi che gli occhi della donna si inumidirono leggermente.
Vidi che volse un sguardo compassionevole nei confronti di Poldo.
Vidi Poldo che fece un sospiro.
Vidi la donna mentre fissava il vuoto.
Decisi che era giunto il tempo di concludere quella visita su appuntamento.
Spostai la sedia e mi avvicinai di più a lei.
Presi le sua mani nelle mie.
“Chiuda gli occhi e immagini di essere la bambina piccola che aspetta il suo papà”.
La donna chiuse gli occhi e rimase in silenzio.
“Cerchi di rivivere i sentimenti che provava nell’aspettare… nell’attesa…e il papà che non tornava mai…”
Lasciai passare un po’ di tempo.
“Ora si immagini lei grande, che si avvicina a quella bambina… che abbraccia quella bambina e che le spiega che il papà non l’ha abbandonata ma che semplicemente ha esaurito il suo compito su questa Terra… e che non c’è bisogno di arrabbiarsi perché la morte è un evento naturale come lo è la nascita…”.
Lasciai il tempo necessario alla donna per consolare la sua bambina interiore.
“Bene… ora un po’ alla volta ritorniamo qui seduti… e quando è pronta apra gli occhi”.
Ecco, ora, per me, la visita era veramente finita.
Ci salutammo, con l’intento di risentirci per sapere come si sarebbe comportato in futuro il nostro amico Poldo.
Da quella visita in poi Poldo non sentì mai più la necessità di mordere ciabatte e sedie.

 

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